Della maschera e dell’immobilità

In questi giorni di pausa dai nostri innumerevoli impegni, in cui sentiamo allentare la morsa del ritmo forsennato al quale questa società ci ha educati, mi viene in mente il termine “neutralità” che nel teatro si incontra spesso, soprattutto all’inizio di ogni percorso. 

Chiedere al nostro corpo di raggiungere uno stato di neutralità è davvero impegnativo, forse uno degli scogli più grandi sul quale arrampicarsi per riuscire a scorgere l’orizzonte sul “mare dell’esperienza” teatrale, e tracciare una rotta da percorrere. Troppo spesso chiediamo a noi stessi di stare fermi o addirittura lo pretendiamo dai più piccoli, nell’intento di educarli alla “forma composta” da tenere, alla “struttura” entro la quale inserirsi. Purtroppo però dimentichiamo che l’immobilità è un punto da raggiungere, non una semplice posizione, è una “competenza”, ossia una tappa che giorno dopo giorno si acquisisce, mettendo insieme la conoscenza del nostro corpo e l’abilità di raggiungere determinate posizioni, fino a quella, apparentemente più semplice, del “rimanere immobili”.

In un laboratorio di Educazione alla Teatralità, l’immobilità si raggiunge attraverso giochi che, partendo dal movimento libero, lentamente e smontando le nostre acquisite strutture corporee, ci conducono ad uno stato “cosciente e determinato” di neutralità: dove svaniscono le tensioni e tutto giace. Si inizia imparando a muovere tutti i segmenti del nostro corpo, ossia “de-meccanizzandolo”, scoprendo un movimento fatto di tanti piccoli pezzi e si prosegue rallentandolo sempre di più, fino a raggiungere la consapevolezza di ogni micro-spostamento.

In questo gioco, la maschera neutra, strumento di lavoro introdotto da Jacques Copeau anni primi anni del 1900 – da non confondere con la maschera-tipo – è una delle vie per raggiungere l’immobilità, che giunge alla sua massima espressione nel cosiddetto “raccoglimento”, cioè, per l’attore, nell’attimo necessario prima di ogni “azione scenica”. Il volto bianco, senza alcuna espressione, appoggiato al volto di un corpo che si muove lento e preciso, ci porta in un mondo fatto di silenzio, introspezione, armonia ed estetica. Dentro la maschera si percepiscono suoni lontani, si dilata la vista il più possibile e ogni parte del corpo si attiva nella lunga pratica dell’ascolto, di sé e degli altri. Ci si focalizza sul proprio respiro, assaporandone il ritmo e lasciando che il corpo ne apprenda la cadenza, riprogrammando a volte il nostro incedere, la nostra fisicità. Un’esperienza che ogni giorno può essere diversa, perché percorre le strade della profondità, abbandonando la superficialità gestuale che tenta di omologarci. 

Ecco che questo periodo, in cui siamo immersi, mi appare come una maschera neutra, che chiede a tutti di essere calzata sul volto, affinché ciascuno nel rallentare trovi la propria originalità, la propria unicità, nel corpo, nel pensiero e nelle azioni. Certamente, come la maschera, anche questo periodo richiede disponibilità e difficoltà, rivelandosi a tratti incomprensibile, ma probabilmente sarà in grado di svelare a ciascuno quali sono le proprie potenzialità, i punti deboli e, al termine di tutto, quale sia la direzione da prendere.

La maschera, che apparentemente ci priva della nostra identità, in realtà scalfisce l’immagine superficiale che abbiamo di noi stessi e lentamente ci libera, prendendoci un po’ in giro, nel dirci che liberi forse non lo siamo stati mai.   

pedagogia

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